1. Che cos'è e come nasce Tech for Care?

Tech for Care è un'iniziativa promossa dall'Istituto di Robotica e Macchine Intelligenti con la partecipazione di Maker Faire che ha l’obiettivo, da una parte, di collezionare/ricevere i bisogni (in tema di sanità Ndr) di una comunità, dall'altra quella di proporre delle soluzioni tecnologiche facilmente implementabili sul territorio. Attualmente ci sono on-line diverse soluzioni di dubbia efficacia e l’obiettivo di Tech for Care è proprio quello di fare un minimo di selezione, cercando anche quelle soluzioni che sono necessarie al territorio. E’ inutile che tutti si mettano a realizzare la stessa cosa, lasciando eventualmente dei bisogni inascoltati, soprattutto in epoca di Covid-19. Fanno parte del portafoglio di 'tecnologie' ideate da TfC le soluzioni igienizzanti per le mani, i dispositivi per poter indossare al meglio le mascherine e tantissime altre soluzioni proposte per problemi legati ai dispositivi medici. Ad esempio, dei box che possano coadiuvare l'intubazione dei pazienti in sicurezza e le valvole per poter connettere i respiratori. Ci sono, poi, tante soluzioni per dispositivi di protezione individuale, molte in fase di valutazione perché è necessario proporre solo dispositivi sicuri ed efficaci.

2. Come è coinvolto il Centro E. Piaggio e come è nata la collaborazione?

Il Centro E. Piaggio è stato coinvolto fin dall'inizio in questa iniziativa. Il Presidente di I-RIM è il Prof. Antonio Bicchi che è una delle figure di riferimento per la ricerca, all'interno del Centro, lui ha coinvolto il gruppo di ricerca della Prof.ssa Ahluwalia che è esperto nel design di dispositivi medici in contesti a basse risorse economiche, quindi si presta molto bene alla missione di Tech for Care.

Quindi, da un lato abbiamo il Centro Piaggio come punto di riferimento per la Robotica, nel senso di realizzare soluzioni per la vita di tutti i giorni che coinvolgano le macchine, e dall'altro abbiamo Centro Piaggio per il design dei dispositivi medici in un contesto in cui lil produttore principale non è per forza una grande azienda ma, magari, un piccolo laboratorio che deve proporre una soluzione valida e robusta. Ovviamente basta che abbia a disposizione una stampante 3D o un laser cutter, non serve una vera e propria linea di produzione industriale.

3. Qual è, invece, il ruolo di UBORA?

Il gruppo della Prof.ssa Ahluwalia è stato chiamato a far parte di TfC perché negli ultimi 5-6 anni ha intrapreso una ricerca focalizzata sul  design di dispositivi medici a basso costo ma sicuri che è stata premiata anche dalla Comunità Europea e dall'Agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo economico dell'Africa che ci ha consentito, poi, di costruire la piattaforma UBORA.

UBORA è un ambiente aperto e partecipativo, uno strumento per realizzare il design di dispositivi medici in maniera diffusa, chiunque può partecipare. Attraverso di essa è possibile fare il monitoraggio dei progetti e far sì che questi rispettino le norme internazionali (ISO, IEC)  e alla fine risultino conformi alla regolamentazione dei dispositivi medici (mdr 2017/745). Facciamo un esempio pratico di dispositivo di protezione individuale in fase di sviluppo all'interno della piattaforma UBORA: le mascherine filtranti facciali FFP2 e FFP3. Fin dall'inizio di questa pandemia sono stati numerosi tentativi, cui hanno fatto seguito scarsi risultati, di poter creare dei filtranti facciali che fossero veramente sicuri ed efficaci.

Si era convinti che bastasse mettere qualcosa davanti al viso per potersi schermare da virus che sono 100 volte più piccoli di un capello. C'è stata tantissima confusione in sulle mascherine, sia quelle chirurgiche che quelle filtranti facciali. Caos è legato alla scarsità di dispositivi disponibili, ovviamente non bastava improvvisarsi sarti per poter realizzare un DPI. Sono state dunque proposte diverse soluzioni poi vagliate attraverso UBORA.

Il gruppo UBORA, composto da post-doc, assegnisti, dottorandi, professori del Centro Piaggio e del Dipartimento di Ingegneria dell'Informazione dell'Università di Pisa, hanno contribuito a fare luce su quali fossero i requisiti essenziali da rispettare e ad oggi abbiamo in fase di valutazione un paio di soluzioni basate su filtri certificati che potranno essere apposti su maschere biocompatibili e morbide per gli operatori sanitari.

4. E' arrivato anche un grant di 20.000 $ dagli USA come riconoscimento del lavoro che avete fatto fino ad ora. Di che cosa si tratta?

All'inizio della pandemia da Coronavirus abbiamo pensato di lanciare una competizione di design per lo sviluppo di soluzioni che potessero essere utili alla collettività e lo abbiamo fatto in collaborazione con uno dei partner storici con cui abbiamo sviluppato UBORA, l’Universidad Politecnica de Madrid. L'obiettivo, giova ricordarlo, è quello di creare dei dispositivi Open Source. La nostra iniziativa ha, dunque, partecipato ad una call lanciata da Protocol Labs, un’azienda americana che sostiene iniziative anti COVID-19.

Così l'azienda ci ha accordato un finanziamento di 20.000 $ per mettere in pratica e sviluppare ulteriormente le soluzioni vincenti della competizione di design lanciata all'interno di UBORA. Grazie a questi soldi non solo porteremo a termine la competizione ma potremo anche portare queste soluzioni ad una fase di prototipazione fisica.

5. Che tipi di dispositivi saranno realizzati?

La competizione si sviluppa su quattro tematiche, quindi prevediamo di realizzare quattro diversi tipi di dispositivi. Innanzitutto dispositivi per il monitoraggio, cioè per verificare lo stato di salute di una persona e la necessità della sua ospedalizzazione. In seconda battuta, dispositivi per la diagnosi che sfruttino canali non ancora battuti, per esempio l'analisi della voce o di fluidi biologici, magari lo starnuto. E ancora, dispositivi di supporto alla pratica clinica. In questa categoria ricadono anche tutti quei dispositivi per la sterilizzazione, ad esempio dispositivi per sterilizzare i vestiti, per decontaminare le maschere filtranti facciali ma anche dispositivi per la gestione del paziente, come un meccanismo che aiuti a far alzare il soggetto dal letto, evitando che l'infermiere lo debba aiutare fisicamente. Infine c’è la quarta classe, quei dispositivi che coadiuvano il recupero emotivo/psicologico del paziente aiutandolo a superare lo shock subito durante la fase di quarantena. Senza dimenticare le esigenze della 'fase 2', in cui alcuni soggetti potrebbero aver bisogno di supporto emotivo per la loro reintroduzione nella vita sociale. Magari dopo che hanno trascorso tanto tempo da soli o ammalati.